Rum&Pera-La Casa de Asterion
Palco C: Lun 01/07 ore 22,00 Gio 04/07 ore 20,30 Ven 05/07 ore 23,30

Un processo che lentamente si trasforma in un verdetto inappellabile, un incubo che lentamente si trasforma in realtà, l’assurdità del “kafkiano” che lentamente concretizza la sua onirica e surreale crudeltà nel mondo dei fatti. Un’opera all’insegna della lentezza, in cui lo scoccare inesorabile delle ore, dei minuti, dei secondi, accompagna il protagonista, i personaggi e il pubblico attraverso un angoscioso processo (non solo giudiziario) che culmina con l’ingiustizia della crocifissione a testa in giù del protagonista.
L’impiegato Josef K., uomo medio e comune (nei confronti del quale lo spettatore opera un lento processo di immedesimazione), si sveglia come tutte le mattine per andare al lavoro,viene aggredito in casa propria da due gendarmi e arrestato senza alcun capo d’accusa, proprio dopo un terrificante incubo premonitore (prologo dell’opera), che K. riuscirà a ricordare solo alla fine dei suoi giorni: quando il suo incubo diviene realtà e gli effetti della connivenza, della passività, dell’inazione sono diventati incontrastabili.
Dal risveglio, il protagonista inizia una minuziosa ricerca del senso della sua vicenda, umana e giudiziaria, in un mondo che, tuttavia, non è disposto a dare risposte alle domande più impertinenti. “Dovete rispondere!” è una frase che K. e l’umanità intera rivolgono al Potere, nelle sue più svariate configurazioni, quasi sempre senza riscontri, dal momento che il Potere, come afferma il Giudice Istruttore che interroga l’accusato, “deve sfuggire al giudizio umano”, deve celare il suo motore, deve disumanizzarsi, così come fanno i personaggi dell’Avvocato e della Suora (entità demoniache travestite da cherubini ) coprendo il loro volto con una maschera bianca che toglieranno, rivelando la propria natura, solo alla fine, quando le risposte sono inutili .
Josef K. è il cieco che si sforza di recuperare la vista, un eroe anti-eroico che non va compatito, dal momento che la sua lotta è egoistica, finalizzata a provare la sua innocenza, la sua “estraneità ai fatti” e che non si accorge nemmeno dell’ingiustizia che gli tutti gli esseri umani subiscono dinanzi a lui: stupri, violenze e punizioni fisiche in stile inquisitorio, angherie sessuali, corruzioni che si concretizzano dinanzi ai nostri occhi non ci indignano se non quando veniamo colpiti direttamente da tali atti abnormi.
I personaggi femminili, sulla scia dei romanzi kafkiani, vengono dipinti come le perverse burattinaie degli uomini, affamate di sesso e potere, ricordandoci come sia questo l’affresco dell’universo femminile che il Potere (l’Avvocato e le guardie) e la Religione (la Suora) hanno voluto creare.
“Viaggio in un incubo” , lentamente, dimostra che ogni personaggio, per un verso o per un altro, è nelle medesime condizioni di K. e che sotto accusa c’è l’intera umanità.
Indagini, processi e sentenze intaccano il mondo stesso che l’uomo ha costruito, rivelandone le falle, l’incomprensibilità dei meccanismi e la crudele burocratizzazione.
La regia sperimentale e l’uso di azioni fisiche allegoriche (come la crocefissione a testa in giù, lo stupro della locandiera mentre il protagonista è intento a specchiarsi e a pettinarsi, fino al culmine del “suicidio dell’attore”), nello stile della giovane compagnia, danno vita a quell’atmosfera “kafkiana” che sta esattamente a metà tra il mondo distopico del subconscio e il mondo della realtà, a metà tra l’incubo e la vita.
E se i l’inconscio si diverte a svelare parti di noi attraverso i sogni, così gli attori si sono divertiti a “cercare Il Processo di Kafka nella realtà”: in questo senso va interpretata l’apertura dello spettacolo, ovvero la lettura di passi di libri e il ricordo di casi concreti di Malagiustizia, errori giudiziari e violenze del potere precostituito: un collage, più che un’analisi, volto a ricordare che la storia è piena di Josef K., maschere e crocifissioni.