Di Davide Ambrogi
(da MAGult.it)

Avendo viaggiato abbastanza e avendo vissuto all’estero in diverse occasioni per brevi o lunghi periodi e per differenti motivi, oggigiorno posso ritenermi fortunato per altrettanti differenti buoni motivi. Forse però, la dote che è più scaturita da queste fortunose situazioni è quella dell’esperienza nel raffrontarmi verosimilmente verso una società diversa rispetto a quella dalla quale provengo, specialmente per quel che riguarda il “fattore nuovo mondo”.

Mi spiego meglio: ogni qualvolta si arriva in una località esotica si viene tutti, chi più chi meno, presi e assoggettati a un entusiasmo innaturale (o forse, al contrario, troppo naturale) nello scoprire dettagli nel vivere, nelle abitudini e nell’ambiente che ci si pone davanti. Come nell’idealizzare una ragazza appena conosciuta, anche se assolutamente ignari del mondo che ci si pone davanti, tutto ci sembra migliore e affascinante, facendoci spesso balenare l’ipotesi di un possibile trasferimento in quella terra straniera. Questo effetto, per quanto mi riguarda, lo ho avuto sempre, in qualsiasi posto io sia atterrato. A pensarci bene forse, solo in Russia nel 1991 non ricordo di averlo subito… Comunque, essere colti da questa distorsione della realtà, è quanto di più nocivo ci possa capitare in terra straniera. Proprio come idealizzare una bella ragazza.

L’esperienza, dicevo, ha fatto sì che io oggi possa cogliere e delineare alquanto facilmente questo fattore di distorsione, che in alcuni casi (vedi i giovani laureati italiani che preferiscono fare i lavapiatti nel peggiore ristorante cinese di Soho piuttosto che mettersi a cercare un lavoro adeguato ai loro studi in patria) può diventare addirittura grottesco.
Io per primo, andando a suonare la chitarra nei ristoranti della lontana Uppland Scandinava nel 2004, posso ritenermi esserne stato una considerevole vittima.

Non sarò quindi qua dirvi quanto bello e fico possa essere l’ambiente teatrale di favella anglosassone, ma cercherò di farne un breve aggiornamento (vi prometto più sintetica di questo cappello) forte delle ultime esperienze ai Fringe Festival di Edimburgo e di New York.

fringers

I Fringe Festival, per chi non lo sapesse, sono i festival di teatro più genuini e più “dal basso” presenti al mondo. Sono presenti ormai in qualsiasi capitale culturale del globo e vengono considerati come una risorsa artistica o come chiameremmo noi italiani calciofili “vivaio”, per le arti performative. I più grandi nomi del panorama mondiale teatrale e cinematografico, hanno almeno una volta partecipato a un Fringe e a buon ragione viene ritenuta la miglior gavetta per un artista, attore, scrittore, musicista ballerino che sia, fino addirittura ad arrivare al produttore. I Fringe non sono festival-rassegna (questo l’errore più comune che a volte gli stessi artisti commettono nel considerarli!!!) ma dei microcosmi teatrali dove sono presenti attivamente tutte le figure del mondo teatrale: dal produttore che produce, affittando lo spazio e gestendo il botteghino, all’attore che recita.

A Edimburgo sono andato, come lo scorso anno del resto, a rappresentare il Roma Fringe e FringeItalia all’incontro annuale tra produttori e/o direttori dei Fringe organizzato dalla World Fringe Society assieme al World Fringe Network. Quest’anno la cosa è stata alquanto informale, poiché il convegno mondiale dei Fringe è altresì biennale, e ci siamo ritrovati quindi in pochi (ma buoni), meno di una decina tra gli oltre quattrocento Fringe presenti al mondo. In particolare, ai due incontri con il pubblico del meeting, durato un weekend e per lo più fatto di scambi vari, drink e visione di spettacoli, erano presenti, oltre al sottoscritto per l’Italia, i Fringe di Orlando (il più vecchio d’America con 23 edizioni) quello di San Diego, di Amsterdam, di Brighton (il più importante dell’Inghilterra), di Edimburgo (ovviamente), e il direttore dell’associazione che cura i Fringe canadesi (tra i migliori Fringe del mondo).

Il Fringe di Edimburgo è il capostipite, nato nel 1947 da un gruppo di artisti esclusi dal festival teatrale della città, che di reazione ne crearono uno loro. Erano 8 compagnie… ..66 anni dopo le compagnie registrate sono circa 2500 e in crescita ogni anno. Poi a questo numero c’è da aggiungere quelle diverse centinaia di spettacoli appartenenti al collaterale e più libero Free Fringe.

La capitale scozzese è letteralmente invasa dal pubblico che dal primo spettacolo, alle nove di mattina, fino all’ultimo alle 4 di notte, invade le strade della città. La qualità degli spettacoli presenti è alterna e, se si prende in mano la spessa guida del festival, ci si renderà facilmente conto che la maggior parte degli spettacoli è di genere comico, nel quale le stand up comedy la fanno da padrone. Chi si immagina quindi una città invasa da acerbi Gassman può prendere un abbaglio. Fortunatamente.

Il Fringe di Edimburgo è il festival all’ennesima potenza. Un intero mese, venti ore al giorno, milioni di spettatori pronti anche a vedere sei spettacoli nell’arco di una giornata. Artisti che trovano contatti internazionali, scritture, date in giro per il mondo o anche solo l’applauso di un pubblico genuino, riconoscente ed entusiasta. Naturalmente con i rischi del caso che ogni cosa bella ed estrema può nascondere: la bancarotta per i produttori, il fiasco per gli artisti e la fregatura per il pubblico.

Ma per chi dice che il teatro è la vita, il Fringe non può che rappresentarne l’esempio più calzante.

Durante quei tre giorni noi “Fringers” ci siamo confrontati (i Fringe Festival sono creati in rapporto alla città che li ospita e quindi anche totalmente differenti l’uno dall’altro), scambiandoci idee e consigli e stringendo rapporti lavorativi internazionali.

Mettendo da parte il “fattore nuovo mondo”, quello che ho potuto constatare è che, per quanto le società e i loro valori possano essere differenti (ad Amsterdam puoi tranquillamente andare con una prostituta sventolando una canna in mano e decidere di farti praticare l’eutanasia subito dopo il rapporto, ma se canti ai piedi di un palco o distribuisci volantini vai dritto in carcere), esistono gli stessi problemi artistici un po’ ovunque, dalla qualità alla cattiva amministrazione. Naturalmente, certo, qui in Italia ultimamente non ci facciamo mancare niente… Ma comunque, a seguito di questi incontri, niente mi ha fatto pensare che altrove si possa nascondere qualche “paradiso degli artisti”. La cosa che mi sorprende ogni anno a Edimburgo resta dunque il pubblico. Entusiasta e galvanizzato come un partenopeo a cinque minuti dall’inizio di una finale dei mondiali di calcio con l’Italia. Bellissimo e forse anche esagerato (io a teatro alle nove di mattina neanche alle elementari…).

Da Edimburgo sono volato a New York. Là ho seguito le performance della compagnia vincitrice del Roma Fringe 2012, “Le Cattive Compagnie” con lo spettacolo “Horse Head” che, a fronte del nostro gemellaggio con il New York City International Fringe Festival, ha potuto esibirsi a Manhattan cinque volte in un bel teatro off dell’East Village.

New York non è Edimburgo: vive di turismo tutto l’anno, vanta i più bei teatri del mondo e i maggiori incassi al box office. Neanche il West End londinese può starle dietro e per giunta, tradizionalmente, la capitale dell’Empire State è la fucina d’arte contemporanea per antonomasia. Brevemente, New York City, il suo grande International Fringe Festival ormai giunto alla 17esima edizione, parafrasando un modo di dire romano, se lo mastica e se lo digerisce. La Mela ha troppe attrazioni sensazionali per aggrapparsi solamente a una di esse per produrre indotto. A Edimburgo invece, Il Fringe è oramai il suo motore economico (checchè il suo sindaco, sosia di Dan Aykroyd, in un discorso quasi privato con il sottoscritto a un ricevimento, cercava di non ammetterlo sostenendo che la città comunque viveva di tante altre realtà e che i due milioni di persone portate dentro dal Fringe nel solo mese di agosto erano solo una delle tante..).

Al NYC Fringe ho visto diversi spettacoli, belli, gradevoli e tutti di qualità più che buona. Mi hanno meravigliato soprattutto quelli venuti d’oltreoceano, in particolare uno spettacolo australiano e uno londinese. E poi i loro artisti: attori assolutamente professionisti (ai tempi dell’accademia uno di loro divideva i ruoli principali con Hugh Jackman) che con un’umiltà straordinaria montavano e smontavano le scene nel tempo stabilito dal programma senza mai sgarrare, puntavano le luci cercando di ovviare a tutti i limiti casuali e non che il teatro gli metteva di fronte. Nessuna prima donna, ma tanta tanta voglia di fare teatro e salire su un palcoscenico per farlo, in qualsiasi condizione esso sia, solo per il divertimento di recitare. A questo proposito, consiglierei di usare almeno parte dei soldi del Fus in viaggi esplicativi per giovani attori che facessero vedere cosa vuol dire fare teatro prima di arrivare a piangere in diretta su qualche reality. Badate bene, non sto parlando di impegno severo e concreto e sacrificio; questi li do per scontati. Parlo del divertimento e del piacere nel fare, nonostante tutto, il proprio lavoro. E questo non ha niente a che vedere né con il business del teatro né con l’occupare spazi in nome della cultura.

In controcampo a uno stuolo di attori bravi quanto gregari o mediani, come direbbe Ligabue, c’è il pubblico, almeno gregario e mediano quanto gli artisti. Numeroso anche qui, da mezzogiorno a mezzanotte a seguire gli spettacoli. Ma non in una città completamente subordinata a un festival, bensì in una metropoli immensa dove anche trovare una piccola venue downtown può diventare una ricerca antropologica. Davvero tanto rispetto per questa comunità. Non avete idea di che effetto poteva farmi osservare la fila la domenica mattina davanti a un teatro come per una messa qua in Italia, per poi vedere uno spettacolo di perfetti sconosciuti, notato sulla guida o su internet, oppure avendone incontrato gli artisti a promuoverlo per strada. Sarebbe bello qua in Italia possedere lo stesso “religioso” atteggiamento.

Quindi tutto meraviglioso a New York? No. assolutamente. Il festival potrebbe essere gestito molto meglio dando un occhio di riguardo alle compagnie, il più delle volte abbandonate a se stesse, sia durante che dopo il festival. La comunicazione poi mi è sembrata veramente esigua per la caratura del festival (a meno per quanto riguarda il suo nome così altisonante e con il quale campa di rendita). Insomma, sarebbe il caso che aumentassero un po’ l’aspetto sociale.

Convinto del fatto che il “fattore nuovo mondo” non abbia condizionato anche me, la vera differenza con l’Italia l’ho notata soprattutto per l’approccio al teatro da parte degli spettatori, veri sperimentatori, ricercatori e avventurieri. Coraggiosi e mai sazi come Ulisse, pellegrini in un arcipelago sterminato di isolette più o meno felici.