La seconda edizione del Roma Fringe Festival si è conclusa con tantissimo entusiasmo. Sia da parte degli organizzatori, sia da parte delle compagnie partecipanti e sia da parte dei media che ci hanno seguito sempre con molta attenzione e affetto.
Facendo ancora i complimenti ai ragazzi di Vucciria Teatro che con il loro spettacolo “Io mai niente con nessuno avevo fatto” hanno convinto tutti, vincendo addirittura due premi, quello di miglior spettacolo e  di migliore attore (Enrico Sortino) pubblichiamo qui di seguito alcune parti della bellissima recensione di Nicola Camurri sul sito Magult.it (leggi l’articolo completo).

L’arte è dov’è il pubblico

di Nicola Camurri 

Esistono due modi di vivere l’arte e la cultura: da una parte ci sono gli eredi di un sistema feudale costituito da vere e proprie rendite di posizione finanziate, spesso dovute più al rapporto con la politica che alla propria qualità intrinseca, che vedono nel pubblico un insieme di persone chiuso quasi da educare; dall’altra ci sono i gruppi auto prodotti che chiedono solo di potere confrontarsi con il pubblico, e con il mercato, in maniera aperta e a parità di condizioni. A parità di condizioni vincono quelli del secondo gruppo.

Questo è soprattutto ciò che ho avuto modo di vedere al Roma Fringe Festival (15 Giugno – 14 Luglio Villa Mercede, Quartiere San Lorenzo). In un momento storico in cui difficilmente si vede il pubblico frequentare con gioia i teatri o forme di spettacolo analoghe, esiste una realtà che ha quasi raddoppiato le presenze – passando dalle 20000 del 2012 alle 35000 del 2013 – il tutto senza nessun intervento economico esterno. Servirà tempo perchè il seme di questa nuova rassegna del Teatro OFF italiano – contaminato e accresciuto da elementi di rilievo internazionale grazie all’affiliazione alla Word Fringe Society che vede nel Fringe di Edimburgo il capofila di alcune esperienze artistiche di vera avangurdia tra le quali il Fringe di Avignone e quello di New York – possa trovare lo spazio e le risorse per diventare un fenomeno identitario per quel nuovo approccio alla vita artistica e culturale che ormai in molti auspicano.[…] E al Roma Fringe oltre al pubblico c’è anche la giuria critica […] è che il giudizio della critica non ha differito molto da quella del pubblico: chi ha vinto era legittimato da entrambi. Vi è stato anche un caso eclatante di una compagnia romana che, a fronte di una stroncatura totale da parte di stampa, critica e pubblico, ha prodotto una lamentela ufficiale in cui la tesi difensiva verteva sui loro dieci anni di attività. Questo a testimone di un male di cui dobbiamo liberarci subito: il merito non ha nulla a che vedere con l’anzianità di servizio. Gran parte di quel mondo che ha resistito per anni alla sua stessa mediocrità lo ha fatto per interventi finanziari e politici esterni che alla lunga hanno minato il sistema stesso. L’arte e la cultura devono affrontare la prova del pubblico e anche quella del mercato. La storia culturale deve avere un peso descrittivo e non normativo: dobbiamo comprendere che l’arte viva re-interpreta il passato e non si limita a ripeterlo. […] Un’altra considerazione obbligatoria è quella sulla qualità media della proposta. I finalisti – e molti semifinalisti – erano tutti di ottimo livello e non avrebbero sfigurato in un cartellone di un teatro di circuito. Anzi in alcuni casi (“Il tempo e la Stanza” di B. Strauss per la regia di A. Pomposelli) il rigore formale e la cura degli aspetti tecnici erano di un livello superiore alla media delle proposte del teatro tradizionale. La sfida di questa giovane compagnia è quella di trovare una sintesi con la fruibilità del testo loro vero punto debole. Non a caso il testo vincitore “Io mai niente con nessuno avevo fatto” ha avuto il proprio valore aggiunto nella forza emotiva che il tema dell’omossessualità riesce a scatenare. Il valore sociale del tema e la capacità di adesione emotiva che l’attore ha l’obbligo professionale di scatenare vincono se contapposti ad un rigore formale che però perde di vista la funzione sociale del teatro. Il teatro è diverso dalla performance visiva quando permette alla sua natura testuale e narrativa, mediante i corpi e le voci degli attori divisi in ruoli, di raggiungere un pubblico fisicamente presente all’atto scenico.
[…] Un’ultima considerazione: i Fringe Festival nascono, o dovrebbero nascere, come esperienze di confine, come ricerche “fuori dall’ordinario”, come esperimenti che sfidano la forma classica e accademica dell’arte a cui fanno riferimento per perdersi nel delirio dionisiaco di un’esperienza di ricerca sfrenata. Questo però avviene se l’arte di riferimento, se la cultura di riferimento, sono entità vive, all’apice della forma e che quindi costringono l’estro artistico in un linguaggio rigoroso e poetico ma alla lunga stancante. Oggi i Fringe non sono più il luogo della liberazione formale dell’artista schiavo della sua stessa opera. Il dramma della scrittura come maledizione che fa dire a Trigorinnel “Gabbiano” di A. Cechov “ che ci trova di particolramente bello? Io devo scrivere, io devo scrivere, io devo…”, contrapposto alla fragile speranza di una vita di gloria e onori di Nina e alla revanche intellettuale di Trepliov, non potrebbe avere luogo. Oggi tutti e tre, in modo diverso, sarebbero artisti Fringe. Trigorin come sfogo dalle marchette di un mondo intellettuale finito per colpa del proprio asservimento ad una politica culturale, Trepliov come ricco rampollo annoiato e Nina come giovane illusa che vede nell’artefatto mondo dello spettacolo l’occasione di un rilancio sociale probabilmente finendo in qualche villa il cui nome mi ha perfino annoiato ma trovando poi la gloria. Al Roma Fringe Festival ho visto soprattutto il desiderio di rinascita di un mondo escluso. Un mondo vivo e creativo che chiede solo di potersi giocare la possibilità di rinascere dalle proprie ceneri senza essere schiavi del proprio passato. Un mondo consapevole che la storia ci appartiene e che deve essere ricontestualizzata e non continuamente subita come se il passato fosse un’istanza normativa. Dai nani sulle spalle di giganti rischiamo di essere nani sulle spalle di nani che, dopo un lungo girotondo decadente, si trovano allegramente “tutti giù per terra”. É dallo spirito sociale dei Fringe che dovrebbe ripartire la vita culturale di questo paese e, a mio avviso, anche la vita politica. L’arte è dov’è il pubblico non nelle direzione dei teatri.

Grazie Nicola Camurri,
Leggere cose di questo genere ci da la forza per andare avanti sempre e comunque tra mille difficoltà e ci appaga di tutto.